Dark Star Star

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Questa volta ci occupiamo di John Carpenter, uno dei registi più amati da chi apprezza il cinema fantastico. Un film-maker che si è sempre contraddistinto soprattutto per la sua unicità, il suo tocco assolutamente personale che, si può ben dire, permette di riconoscere i suoi films fin dalla prima inquadratura. Tutto il cinema di Carpenter, anche nei lavori realizzati non da indipendente ma con le Majors, è caratterizzato da un lato dall'evidente citazione dei prodotti degli anni cinquanta, quei B-movies dei grandi artigiani come Roger Corman, Don Siegel o come Fred McLeod Wilcox, dall'altro da un impegno politico e sociale che, spesso sviluppato tra le righe attraverso l'ironia e la metafora, ha posto all'indice la possibilità che il grande sogno americano possa di fatto trasformarsi in incubo.
CARPENTER: DARK STAR .Nel nostro movie-trail riprendiamo un articolo di Marco Martani sul film di esordio di John Carpenter: "Dark Star" del 1974. L'interessante analisi è stata pubblicata nel Giugno del 1990 sul numero 3 della rivista"Dark Star", dedicata al cinema fantastico, che rendeva proprio con il nome della testata esplicito omaggio al regista. Appare particolarmente interessante rileggere il pezzo che analizza il tema e i caratteri del film. Questi, pur se all'opera prima, si presentano, come osserva Marzani, già pienamente sviluppati e maturi e tali da evidenziarsi come segni che caratterizzeranno tutto il futuro cinema di Carpenter. Riparlare di "Dark Star" può essere anche spunto per cercare di recuperarne la visione. Questa purtroppo probabilmente realizzabile solo attraverso il passaparola tra appassionati, in quanto non dovrebbe esisterne una edizione italiana da videoteca e quindi le uniche copie sono quelle registrate dai passaggi RAI che si sono ripetuti più volte anche dopo quello d'esordio del 1982. Per il suo primo film John Carpenter decise di fare le cose in grande: con quattro soldi prese in giro una pietra miliare della fantascienza cinematografica: '2001:odissea nello spazio' di Stanley Kubrick! Nato a Bowling Green, nel Kentuky, John Carpenter trascorre gli anni della sua infanzia coltivando la sua passione per il fantastico attraverso films come Not of this earth (Il vampiro del pianeta rosso. 1956) I'' lt conquered the world (Conquisterò il mondo. 1956), entrambi di Roger Corman, Enemy from space (Nemico dallo spazio, 1957) di Val Guest e soprattutto Forbidden Planet (Il pianeta proibito, 1956) di Fred McLeod Wilcox, che naturalmente formano una limitata campionatura delle tendenze emergenti degli anni'50. John Carpenter nasce culturalmente in questo clima e già nell'adolescenza si diletta realizzando filmini in super 8 con mostri di cartapesta e pubblicando una rivista di fantascienza "Fantastic Film lllustrated", fino a quando riesce a convincere i suoi a farsi iscrivere alla University of Southern California, dove tra l'altro conoscerà Dan O'Bannon.

I due girano un film studentesco che rappresenta la tesi finale all' USC dal titolo definitivo di "Dark Star" e dalla durata complessiva di 45 m. (in 16 mm). Sarà un'opera per molti aspetti anticipatrice soprattutto perchè, ad una visione non superficiale, denota alcune caratteristiche basilari che determineranno uno stile, un taglio narrativo, una creatività, proprie delle opere più riuscite di questo giovane regista americano. Solamente dopo due anni un piccolo produttore canadese si rese conto, visionando il mediometraggio, delle enormi capacità potenziali di cui erano forniti i due giovani e finanziò il progetto 'Dark Star'.

Il film narra le vicende di un equipaggio del 22° secolo spedito nello spazio con il compito di distruggere stelle instabili. Un componente della spedizione, il colonnello Powell, è morto e ibernato ma ancora capace di dare consigli e direttive all' equipaggio, pur con vuoti di memoria e lapsus che naturalmente non possono non suscitare indulgenza, trattandosi appunto di un cadavere. La noia, la stanchezza e l'alienazione di una odissea nello spazio monotona e piatta si impossessano dei protagonisti, esasperati da un ritmo di vita sempre uguale. Anche le macchine denunciano alcune componenti nevrotiche nel loro funzionamento. Soprattutto una bomba, testarda e ed impulsiva, che alla fine, dopo un serrato dialogo con il sergente Doolittle sul senso della vita e sulla fenomenologia dell'essere, cade in una crisi mistico/depressiva e decide di esplodere distruggendo la Dark Star con il suo equipaggio.

Naturalmente John Carpenter è ben lontano dalle preoccupazioni ecologiche e sociologiche che hanno ispirato grandi films di fantascienza e gran parte della letteratura fantastica, ma riesce a portare a compimento una geniale, divertente, raffinata fantacommedia a bassissimo costo. Il film è pervaso da ironia e intelligenza e conduce sul filo sottile di un impercettibile sense of humor una pur affettuosa critica al Kubrick di "2001: odissea nello spazio". Insistendo sulla parossistica ripetitività dei movimenti di macchina o dei gesti dei protagonisti denota tuttavia la presenza di un "genere ben definito". "Dark Star" è certo un omaggio alla fantascienza anni '50 (come tutte le opere future del regista) ma ciò che potrebbe solamente essere considerato come un mero esercizio di stile si dilata spasmodicamente in molteplici direzioni. Carpenter ribadisce il concetto di "proiezione ordinaria in un contesto straordinario" disegnando proprio nei minimi particolari i personaggi nella loro più autentica dimensione umana, nelle loro frustrazioni, psicosi e nevrosi, caratteristiche inscindibili della civiltà del XX° secolo. In questo modo sappiamo quali sono per John Carpenter i campioni di umanità da sottoporre all'occhio indiscreto della m.d.p.

Sono impiegati dello spazio infelici ed avviliti, per lo più vittime di ansie sicuramente accentuate dall'oscura, immensa solitudine spaziale in cui l'astronave (disegnata da Ron Cobb) naviga da venti anni. Questa gente vive racchiusa ed isolata in un background triste, claustrofobico (la claustrofobia sarà un elemento importantissimo e sempre in agguato nel cinema di John Carpenter), circondata da oggetti di comunissimo uso quotidiano come la sedia a sdraio, la scopa, la paletta ed il topolino di gomma, in mezzo ai quali, tuttavia, riesce ad abbandonarsi ai sogni, a viaggi dell' immaginazione per trovare un momento di fuga dalla realtà e di evasione dalle paure. Siamo lontani anni luce dagli scienziati specialisti di Kubrick, lontani da quegli esperti dello spazio, proprio perchè lo spazio non esiste più, o meglio ha perso la sua vera dimensione, il suo mistero, il suo fascino. Carpenter ed O'Bannon lo hanno voluto come un luogo qualsiasi in cui si lavora per guadagnarsi il pane quotidiano. Non stupisce così che il regista vi mandi gente qualsiasi quasi a sottolineare come l'era dell'eroe si sia conclusa, forse per sempre. Gli effetti speciali di Dan O'Bannon sono incredibilmente divertenti, tenuto conto dell'esiguo budget a cui era costretto. Ciò dimostra come l'intelligenza creativa venga meglio stimolata in condizioni esasperate piuttosto che in un clima di libertà assoluta allorchè la larghezza dei mezzi economici permetta la realizzazione di effetti speciali anche meravigliosi, ma fini a se stessi. Proprio per questa ragione sarà impossibile dimenticarsi dell'alieno di cui si prende cura il tenente Pinback, che è un incrocio tra un grosso pallone da spiaggia a spicchi ed un pomodoro gigante con due zampe. E' platealmente finto, ma non per questo meno accattivante o esteticamente imperfetto. Il film è corredato da musiche scritte dal regista stesso (sui titoli di testa scorre la rilassante canzone country "Benson Arizona", composta da Carpenter e cantata da John Yagher, che si contrappone scherzosamente allo Strauss ed al Katchaturian di "2001") che tenta, ancora oggi, di ricalcare le scelte produttive dello Studio System, quando sia il filmaker che il regista affermato seguivano indistintamente tutte le fasi del processo creativo.